martedì 27 settembre 2016

I diversamenti sani curati dai diversamente vivi

Per la serie: "Oggi voglio rendermi simpatico", mi scappano due parole sulla malattia mentale, ma non tanto quella dei pazzi, quanto quella malattia che si manifesta nella cieca ottusità dei sani che non vogliono vedere la realtà e vivono solo di riforme e di slogan ideologici.

Io che lavoro in carcere ho sotto gli occhi una progressiva trasformazione di questi luoghi di reclusione in succursali dei manicomi. Per chi non lo sapesse, infatti, nelle prigioni italiane stanno aumentando a vista d'occhio il numero di detenuti affetti da disturbi mentali. La maggior parte di loro mostra un'evidente correlazione tra l'uso di droghe e alcool (cannabis e cocaina in primis) e lo sviluppo di disturbi psichiatrici. Per altri, una minoranza, un pregresso stato morboso che li ha condotti a commettere reati e quindi, non essendoci posti adatti a loro finiscono tra i detenuti comuni, per la gioia del personale di Polizia Penitenziaria, che si trova ad essere, nella quotidianità, personale più somigliante ai vecchi infermieri del manicomio che ad un corpo di pubblica sicurezza. Sia quel che sia, il carcere è quel posto dove i criminali veri col cervello a posto sanno sfruttare ogni appiglio legale per abbreviare la loro permanenza e invece i folli che hanno commesso reati vengono deposti come in una sorta di cronicario che sostituisce luoghi più adatti, portando scompiglio, stress, emergenze continue e rischi per gli operatori e gli altri detenuti. I luoghi più adatti? Ce ne sono? No, non ci sono più. Il carcere è l'alternativa alla strada, la strada è l'alternativa al carcere, il carcere e la strada insieme sono l'alternativa al nulla.

Franco Basaglia, il profeta dell'antipsichiatria degli anni sessanta, illuminato divo celebrato dagli intellettuali di sinistra ex-sessantottini che tanto amiamo e per i quali spendiamo sempre una parola di benevolenza, proprio lui si era scandalizzato dei manicomi e, pensa che ti ripensa, convegno dopo convegno, libro dopo libro, ha condotto l'Italia, paese notoriamente bigotto ed arretrato, al 13 maggio del '78, giorno in cui la politica partorì la beneamata Legge Basaglia che ha chiuso i manicomi, Da allora i matti - casomai non ve ne foste accorti -  dichiarati vittime del sistema oppressivo delle camicie di forza sono stati liberati. Lo sappiamo, la libertà guarisce, soprattutto quella imposta per legge, così la malattia è stata estirpata per decisione dei parlamentari. Noi non vediamo più matti in piazza, sulla metro, nelle sale giochi, perchè la Legge Basaglia li ha tutti guariti... e quei pochi che ancora girano è perchè non sono stati debitamente informati. 

Per essere onesti qualche problemimo gli eredi di Basaglia ce l'hanno ancora, ma minimo: tipo qualche famiglia che sta lì disperata a domandarsi che fare di un figlio malato di mente a cui lo Stato Illuminato non dà più un manicomio brutto, nè un istituto psichiatrico bello, nè una guarigione. Sono piccoli incidenti di percorso, persone vecchie che pensano che non tutti i matti si possono guarire e che loro si dovranno tenere un pazzo in casa in saecula saeculorum. Comunque presto la questione verrà risolta alla radice: oltre ai matti non vedremo più nemmeno le famiglie dei matti, saranno messe alla gogna dagli emuli di quelli che hanno derattizzato i manicomi, perchè colpevoli di essere al servizio della società maschilista, oppressiva e liberticida.

Insomma, i manicomi erano luoghi terribili, e questo non abbiamo difficoltà ad ammetterlo, come non abbiamo difficoltà ad ammettere che Franco Basaglia avesse buone intenzioni e qualche buona intuizione,  ma le menti brillanti di cui parliamo,  invece di fare quello che qualsiasi persona di buon senso avrebbe fatto, cioè migliorarne le condizioni, li hanno chiusi, sostituendoli con parole, demagogie, applausi e cooperative sociali. Lasciando i malati, soprattutto quelli più gravi e senza risorse, cioè quelli più bisognosi di un posto adatto,  soli e abbandonati, vittime di loro stessi e a rischio continuo.

Non finisce qua. Siccome i geni scappano dall'Italia, ma gli amministratori rimangono, abbiamo l'ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, che la maggior parte ricorda per il positivo contributo di buon governo che ha donato alla Capitale, ma noi che ci occupiamo di salute mentale, ricordiamo grati anche per il lavoro encomiabile che ha svolto per chiudere pure gli istituti psichiatrici criminali, ovvero quei luoghi dove erano reclusi i malati di mente che avevano commesso reati. Così oggi, gente che ha ucciso in preda ad allucinazioni, gente che ha violentato perchè la testa così gli ha detto, che ha massacrato un compare con cui aveva organizzato un festino (ricordate tutti, vero?), non ha un manicomio criminale dove essere contenuto, trattato psichiatricamente, possibilmente tenuto lontano dalla comunità. Certo, Ignazio Marino ha pensato, e per noi è rassicurante, ha pensato di sostituire (quando?) questi luoghi terribili con case più umane, con operatori specializzati, luoghi dove non essere emarginati dalla società. Ma noi che non pensiamo, però vediamo, vediamo dei poveretti che durante crisi acute riescono a scardinare le porte delle celle, a distruggere gli arredi, a spaccare la testa a imprudenti che...

Ma la prudenza è una virtù per bigotti, non per intellettuali illuminati che conoscono il mondo attraverso il filtro dei pregiudizi ideologici, che non riescono a rassegnarsi alla rassegnazione, cioè alla semplice e pura evidenza dei fatti che la realtà non si adatta ai cervelli dei sessantottini, sono quelli che dovrebbero adattarsi alla realtà. Ma non si adatteranno, moriranno alienati, separati dalla realtà molto più dei cosidetti "pazzi", moriranno pensando di essere diversamente vivi, senza capire di essere sempre stati diversamente morti.


«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

sabato 17 settembre 2016

Depressione, il male malinteso

Sabato 17 settembre, ad un corso di aggiornamento sulla depressione in adolescenza, ho seguito una serie di interventi di vari relatori sul tema. Relatori molti dei quali lavorano in strutture pubbliche, consultori ed altro.
Ho apprezzato in modo particolare la lezione della Professoressa Paola Casolini, docente di Farmacologia e ricercatrice in Neuroscienze, la quale ha illustrato recenti ricerche scientifiche dalle quali emerge sempre più la natura reattiva della depressione. Detto in maniera semplice, lungi dall'essere quel "male oscuro" che nasce dall'inconscio, sembra sempre più evidente come la depressione sia una risposta a fattori esterni alla persona.
Le Neuroscienze lo dicono, e la nostra pratica clinica lo verifica: la depressione - in modo particolare quella in età giovanile - non può essere considerata meramente una malattia da trattare a suon di psicofarmaci in maniera superficiale e affrettata (in sede di corso ci ricordavano come l'efficacia dei farmaci sia tutta da verificare, mentre l'interesse delle case farmaceutiche e gli effetti collaterali di queste molecole siano abbastanza evidenti...). Non è, la depressione, nemmeno un disagio della psiche che può trarre giovamento da trattamenti psicoterapeutici che ignorano il significato esistenziale del sintomo.

Il problema è che, diversamente da chi è all'avanguardia nella ricerca, la maggior parte chi opera sul campo non si è ancora completamente svincolato da una visione antica, vetero/sessantottina, infarcita di ideologia, contaminazioni psicodinamiche mal digerite. E, soprattutto, da una mentalità che ha ripudiato la filosofia. Che c'entra la filosofia? Presto detto.

La filosofia, cioè il ragionamento sull'uomo e sulla realtà, è nata più di due millenni fa proprio per dare una risposta alle grandi domande sull'esistenza, sulla vita e sulla morte. La morte, il terribile tabù di cui oggi nessuno parla. O meglio se ne stra-parla, la si mostra dappertutto, la si banalizza per esorcizzzarla, la si dona anche ai bambini: di oggi la notizia  della prima eutanasia al mondo di un bambino - grazie Belgio, sede del Parlamento Europeo (per non parlare degli aborti anche per le giovanissime a cura delle Asl...). La morte diventa splatter, horror, arte macabra o cestino dei rifiuti, così  si dimentica che invece è vera, è la nostra realtà e il nostro destino, certo.

La filosofia ha cercato di dare una risposta ragionevole al problema della morte, ad inglobarla in una visione di vita, a promuovere una ricerca spirituale e religiosa soddisfacente. Sembra invece che questo sforzo di ricerca razionale, questa sapienza accumulata, questi cammini intrapresi, siano del tutto sconosciuti ai finti moderni, ai laici e smaliziati guaritori, ai cultori delle terapie emotive ed ottimistiche che ignorano il dramma e lo sforzo di trovare un significato. Così, la persona che non sa trovare un senso diventa depressa, si fa seguire da un'altra persona che banalizza la ricerca di senso e idolatra solo la ricerca di sesso, il sesso va a sostituire il senso, e tutti vissero felici e anestetizzati.

La Psicoterapia deve dare voce alle domande

In sede di crso, insieme ai colleghi presenti abbiamo provato a ricordare che se gli operatori della salute mentale non avranno il coraggio di andare al cuore della questione, cioè che la depressione è innanzitutto un urlo di impotenza di chi vuole sapere per quale motivo si trova a vivere una vita che non si è dato da solo, tra cent'anni vorremo ancora fare corsi sulla depressione e rimirarci l'ombelico. Ma nel frattempo la psicologia sarà defunta.

«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

giovedì 8 settembre 2016

Il momento è questo

Una delle operazioni più difficili che periodicamente siamo chiamati a fare nella vita è decidere il momento giusto per agire. Basta un pò di anticipo e ogni cosa viene compromessa, basta poco ritardo, quando la spinta propulsiva degli eventi ormai è sfuggita, per non poter più fare centro. La variabile tempo è importantissima nella riuscita o nel fallimento di un progetto.

Non credo esista il segreto per fare le cose al momento giusto, eppure il momento giusto c'è sempre. Scoprirlo è questione d'istinto, ma anche di fiducia. Ho l'impressione che nelle cose importanti il momento giusto s'imponga da sè, se noi non ci mettiamo di traverso. Credo che il nostro compito sia quello di non essere precipitosi, cioè di pretendere subito che le cose avvengano, ma anche di non essere paurosi (I cosiddetti "cacadubbi"). Anche se la scelta riguarda la nostra vita dobbiamo metterci in un atteggiamento mentale di distacco, come se fosse una questione lontana e tutto sommato indifferente. Dobbiamo ragionare con la testa, ma anche sentire con il corpo le dinamiche che si sviluppano intorno a noi. Il momento giusto ha un profumo, una convinzione, una trasparenza tale che quando arriva ne avvertiamo la presenza. E' quello il momento di agire, rapidamente e senza ripensamenti, con tutta la sicurezza di cavalcare l'onda giusta.


Bisogna allenarsi a scegliere il momento di fare le cose, cominciando da quelle più semplici: decidere quando parlare, decidere quando partire, decidere il momento di pulire casa e quello di battere i pugni sul tavolo. 
Ci sono persone che ci stupiscono per la loro capacità di agire con precisione ed efficacia, quasi senza fatica, alternando attività e riposo, progettualità e operatività, intervento e attesa. Sono persone che quasi ballano con la vita, andando a tempo e riuscendo ad essere produttivi in una maniera che sembra miracolosa. Certamente sono doni rari, ma ognuno di noi può decidere se "farsi vivere" dagli eventi o dominare consapevolmente le proprie decisioni.

«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

venerdì 2 settembre 2016

La solitudine e il suo rimedio

In molti soffrono di solitudine, e spesso il disagio conseguente  viene confuso con la depressione. Quel che è peggio è che alcuni vengono trattati con farmaci antidepressivi...
La solitudine, diciamolo subito, non dipende da quanto tempo restiamo da soli. Dipende soprattutto dalla "verità" dei nostri rapporti affettivi.
Il dolore della solitudine è paragonabile solo a pochi altri dolori, perchè l'essere umano è fatto per stare insieme, ma il collante di questo stare insieme non è la compagnia, nemmeno il sesso, è solo l'amore. Un amore fedele e indissolubile, un amore che accoglie e che perdona, che non giudica, ma che corregge, che sa soffrire e sa donare in sovrabbondanza. Insomma, quello che in natura si trova solo nella famiglia costruita con criteri antisismici. L'antidoto alla solitudine è l'essere in famiglia.
Siccome da molti anni la famiglia è in crisi perchè tante forze hanno agito nella direzione della sua dissoluzione, tolta di mezzo la famiglia è apparso il cratere fumante della solitudine.

Allora, chi non ha una famiglia o ha avuto la sua famiglia dissolta dagli eventi dalla vita è condannato alla solitudine? Chi si trova in queste condizioni è in una condizione di svantaggio, è innegabile, ma può certamente reagire. La risposta che deve dare alla sua solitudine è l'amore, ma l'amore oferto generosamente, non quello preteso (o ricercato disperatamente). L'amore è una potenza di guarigione straordinaria, sia per chi l'offre sia per chi lo riceve. Non tutti siamo nelle condizioni di ricevere amore, ma tutti possiamo donarlo. Chi riesce ad uscire dal suo egoismo o dalla pretesa di rivendicazione e si dedica ad offrire amore, cioè a guardare "la fame" dell'altro cercando di nutrirla, in realtà scopre di nutrire se se stesso. Il paradosso dell'amore è che noi possiamo fare il nostro bene solo di rimbalzo, cioè gettandolo sull'altro e ricevendolo indietro come un contraccolpo. Chi si appropria del bene per sè in realtà lo distrugge e si trova in mano solo polvere.
La solitudine appartiene a chi non si carica della solitudine degli altri.

«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

mercoledì 27 luglio 2016

Le notizie a cui non credi

Se una parola deve sintetizzare la nostra epoca, quella parola è certamente "Caos". Caos, cioè disordine, frammentazione, dissoluzione, assenza di criteri, mancanza di un centro.
Il mondo ha perso il suo punto di equilibrio ed è in preda per questo a oscillazioni e incertezze, sbandamenti umorali e isterici, valanghe emozionali di alcun valore.
In questi tempi i mass media la fanno da padroni, pilotano l'opinione pubblica a loro piacimento creando stati emotivi, costruendo artificialmente pensieri, agitando spettri alquanto fittizi.
Questa storia degli attentati a molte persone non va proprio giù. Si, i morti ci sono e anche i mitra, le bombe, i coltelli, i tir, e quant'altro vogliamo aggiungere all'immaginario del perfetto terrorista. Indubbiamente ci sono anche i fanatici islamici che inneggiano ad Allah e si fanno esplodere o sparare, ma rimane il fatto che sembra di stare ad assistere ad un teatrino. 
Basti pensare che lo stesso reporter che si trovava "per caso" a riprendere l'attentato di Nizza era pure "per caso" presente sul luogo della sparatoria al Mc Donald di Monaco di Baviera. Tanto per dire. E che le autorità francesi - si dice - stiano facendo un'opera incredibile di pressione per far sparire immagini delle telecamere di sorveglianza di Nizza. E tutta quella sceneggiata assurda a Parigi qualche mese fa...
Qualcuno dice che si tratti di un caos pilotato. Di un progetto ben architettato per disarticolare la nostra Europa, l'occidente, per precipitarlo nella totale bufera utilizzando ogni risorsa, estremisti folli, disadattati depressi, musulmani fondamentalisti, immigrazione incontrollata...
Risultati immagini per caos
Francamente non so. Quello che so, però - perchè guardo e ascolto i mass media - è che c'è un forte investimento per dirigere l'opinione pubblica forzando le notizie, drammatizzando e amplificando i fatti, quello che so è che su internet e su Facebook in particolare ci sono dei veri e propri "untori" che creano e fanno cirocolare notizie palesemente false, che spingono però tutte nella direzione voluta, quello che so è che si ritrovano sempre gli stessi circoli a soffiare sul fuoco.
Vedremo cosa ci riserverà il futuro. Per ora allego sul tema questo link. E' un articolo che mi ha colpito, anche se non mi riconosco affatto in molte cose affermate. Mi ha colpito perchè diversi degli autori citati sono stati oggetto di studio dei miei anni universitari. per lo più si tratta di pensatori legati ad una cultura psicoanalitica che non mi appartiene e che non mai praticato, ma che non ho potuto fare a meno di studiare, se non altro per portare a casa qualche esame. Credo che il sottolineare ossessivamente da parte dell'autore le origine etniche dei protagonisti sia fuori luogo, ma rimane comunuque una lettura quanto meno anticonformista.

Approfitto dell'occasione per augurare un buon periodo di riposo - soprattutto mentale - a tutti,. Io mi ritiro in compagnia di qualche libro e buona musica. Confesso di aver recuperato "I fratelli Karamazov", e "Pinocchio", non so con quale criterio, ma non escludo che alla fine qualcosa di buono ne verrà fuori. A presto,
SR

«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

sabato 16 luglio 2016

I Signori dell'Anello


E' disponibile la nuova versione, riveduta, corretta e aggiornata, della nostra guida alla vita familiare "I Signori dell'Anello". Come sempre è gratis e di libera diffusione.
Tra le novità sono state aggiunte due appendici, una dedicata all'uso delle nuove tecnologie (Facebook, Whatsapp, ecc.) e una di riflessioni sul "no" e sull'uso delle punizioni. Il linguaggio è sempre semplice e sintetico, ma il contenuto è denso ricco di spunti utili.
La stagione è propizia per leggerlo sotto l'ombrellone o durante qualche giorno di riposo, ma non è una lettura riposante! E' una continua provocazione a rimettere in discussione le proprie convinzioni e a modificare qualche comportamento. 
Siamo convinti che sarà utile alle coppie, ai genitori e agli educatori. Aspettiamo commenti e anche critiche, tutto serve per migliorare e migliorarsi.
Per scaricarlo usare questo link di Dropbox oppure iscriversi su Facebook al gruppo "I Signori dell'Anello".

Ps: Se ne avete la possibilità, consigliate I Signori dell'Anello come sussidio per i corsi di preparazione al matrimonio!


«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

venerdì 8 luglio 2016

Uno strepitoso Socci

Questo è link, Non aggiungo commenti



In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

martedì 28 giugno 2016

Elogio dell'ubbidienza

 L’ubbidienza è tra le virtù umane quella più odiata e insopportabile. Semplicemente perché è quella che ricorda all'uomo che da solo non sta in piedi e ha bisogno di dipendere da qualcuno. Anche l'umiltà trasmette lo stesso significato ma con l'umiltà si può (e ci si può) ingannare, con l'ubbidienza invece non si bara, o si ubbidisce o non si ubbidisce.
Sono pochi quelli che ubbidiscono, ancora meno quelli che amano ubbidire.  E’ vero però che sono pochi anche quelli che comandano.  Di tiranni ce ne sono parecchi, i comandanti latitano, perché un conto è schiacciare l'altro per i propri capricci, un conto è saper dare i giusti ordini per il bene comune.
La crisi dell'ubbidienza e l'inizio della sua decadenza possiamo datarla con buona precisione, a cavallo tra il 1400 e il 1500.  In quell'epoca infatti, si crea l'alleanza stretta tra due realtà nascenti, la riforma protestante di Lutero e l'Umanesimo.  Sia Lutero che gli umanisti esaltavano l'individualismo, l'interpretazione personale e soggettiva delle Sacre Scritture, il rifiuto di ogni autorità e il primato della coscienza individuale. Insomma, il trionfo dell’io soggettivo. Questa rivoluzione dell’egocentrismo, che trova un pretesto storico nell'abuso della pratica delle indulgenze, in realtà rappresenta una ribellione dell'egoismo umano e della sua pretesa di autodeterminazione, contro un sistema comunitario ordinato gerarchicamente che   fu il fulcro degli splendidi secoli medievali. L’abbraccio mortale tra movimento riformatore e Umanesimo portò presto alla dissoluzione anche politica dell’Europa, avviando il processo del “particolarismo”, della creazione delle monarchie nazionali in cui ognuno difendeva il proprio piccolo interesse contro tutti e contro tutto.
Periodo caotico e frammentato quello della Riforma protestante, in cui ogni ortolano ed ogni falegname pretendeva di farsi teologo e di predicare in piazza. D’altronde, se ognuno rispondeva solo alla sua testa in ogni testa c'era un Papa ed un Imperatore.
La disubbidienza quindi, eletta segno d’autonomia e indipendenza, diede inizio, dopo 15 secoli di epoca antica, all'epoca moderna. Ed infatti l'uomo moderno, frutto dei successivi quattro secoli di pensiero libero, di autonomia di giudizio di autodeterminazione, ha finito di liberarsi nelle braccia amorevoli di Stalin, di Mao, di Hitler, ed ultimamente della TV ed Internet.
Il luteranesimo è stato il principio di una frammentazione di cui esso stesso è risultato -  ovviamente -  vittima.  Infatti dal 1500 in poi si è osservato un susseguirsi di divisioni, guerre intestine, creazione di sette, chiese locali, predicatori e chi più ne ha più ne metta, facendo dal mondo protestante un pasticcio colorato e litigioso, unito solo dall'odio verso Roma, dai pentecostali ai Testimoni di Geova all'ultimo millenarista che predica in Hyde Park.
Probabilmente è ora di riscoprire la bontà dell’ubbidienza, la quale non è triste umiliazione di se stesso, ma saggio e cosciente riconoscimento di non essere da soli nell'universo, di far parte di un ordine cosmico all'interno del quale ognuno ha un posto, un compito e qualcuno da cui dipendere.
Anche se non amiamo sentircelo ricordare, ripetiamocelo: noi non siamo Dio, abbiamo limiti e imperfezioni che vanno accettati. Invece la caricatura finale del protestantesimo è il superuomo di Nietzsche, modello per tutti i supereroi americani a loro volta caricatura dell'ignoranza eletta a mito.  Il superuomo è la pretesa della formica di toccare il cielo, di andare oltre la propria realtà in una tensione verso L’onnipotenza. Ovviamente la fine del superuomo è la morte, ma non quella serena, naturale ed ecologica (perché secondo natura) della formica, ma quella penosa e autodistruttiva di chi non volendo ubbidire nemmeno alla morte si ammazza da sè (droga eutanasia suicidio sport estremi, ecc. ecc.).
Nel nostro corpo tutto obbedisce ad una serie di regole...
Come psicologo ho in grande considerazione l’ubbidienza, ovvero il sapersi uniformarsi a delle esigenze riconosciute ed espresse da chi ha il ruolo per farlo. Credo che l’ubbidienza non sia in contraddizione con l’esercizio della propria libertà, ma ne sia anzi una garanzia per non disperdersi oltre i limiti consentiti.
Ho rilevato da tanto tempo che spesso basta ristabilire l'ordine in famiglia, ricordare i ruoli, mettere ognuno al suo posto, abbassare le pretese individuali per ritrovare salute e armonia.  Non c'è nulla di più bello che dare regole per amore e ubbidire a regole ricevute per amore.  La trasgressione così è punita innanzitutto dal dispiacere di aver tradito l’amore, prima ancora che da sanzioni, comunque accettate come giuste.
L’ubbidienza crea comunità e fiducia reciproca, invita alla sincerità e ci fa uscire dalla solitudine del presuntuoso.  Chi ha delle responsabilità deve chiedere ubbidienza, non alla propria persona, ma all’autorità che rappresenta.  Chi ha dei superiori (e ognuno di noi in un ambito o in un altro ne ha) non deve ubbidire alla persona del superiore, cosa di nessun significato, ma al ruolo che riveste, sapendo che nell’ubbidienza rinnova la sua esistenza il significato del suo essere sociale.
...Ma non vale per tutti, purtroppo


Non è facile ubbidire ad un sistema di regole esterne a noi, ma la storia dimostra che è molto meno nocivo del cedere alla dittatura dei propri capricci

«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

venerdì 24 giugno 2016

EuropaKastigata

Quelli che di tanto in tanto si affacciano su questo blog per leggere queste mie piccole riflessioni, stupendomi ogni volta per la loro fedeltà e gentilezza, sanno perfettamente che se di psicologia qualcosa ne mastico, di politca ed economia sono completamente a digiuno. Però questo voto inglese costringe a pensare anche chi è al di fuori di questioni che mettono in difficoltà pure gli esperti.
Non so cosa il Brexit comporterà in termini economici, probabilmente molto meno di quello che i suoi oppositori hanno minacciato. Mi interessa però di più capire il significato sociale di questo voto.
Che cos'è l'Europa per gli europei? E' una casa dove i cittadini hanno facilitazioni, servizi, cultura condivisa, difesa e tutela? E' una democrazia dove gli abitanti del continente contano davvero? E' un'economia che difende i deboli e  limita i potenti?
Nulla di tutto questo. L'Europa è un posto dove i burocrati (megastipendiati) sono legati a doppio filo con le banche. E' un luogo dove non sappiamo chi decide, come decide e cosa decide. L'Europa è una costruzione fantastica in cui migliaia di funzionari deliberano sulla lunghezza delle carote, sulla pezzatura del broccolo e sul peso delle sardine sotto sale. E' una realtà che affossa completamente la sovranità popolare. L'Europa mette in difficoltà con mille lacci chi vuole fare commercio, avvantaggiando concorrenti asiatici e non. L'Europa fa guerre non richieste, si accoda ubbidiente al gunizaglio del padrone americano, minaccia Putin con sanzioni che non ha mai riservato ai peggiori dittatori, investe cifre astronomiche per fare propaganda gender nelle scuole elementari, dove bambini piccoli devono essere addestrati a pratiche omosessuali e perversioni di ogni tipo, l'Europa  ha rifiutato la richiesta di Benedetto XVI di riconoscere nalla propria costituzione le sue indiscutibili radici cristiane.
L'Europa, i cui uffici principali sono in Belgio, trova proprio lì una diffusione inquietante di pratiche pedofile terribili, con protezioni ad altissimo livello e testimoni scomparsi.
Parlano di Europa unita. dell'Europa dei cittadini, della cultura europea. in realtà ai cittadini resta solo la perdita di sovranità, di ricchezza, di identità. 
Se il popolo, quando viene messo nelle condizioni di scegliere, dimostra il proprio risentimento e la propria ribellione, anche rischiando qualche transitorio effetto economico ce ne stupiamo? Non tutti ragionano come i banchieri e i potenti depravati che ci governano, non tutti sono disposti ad accettare la manipolazione del pensiero che viene dai mass media pilotati,  non ci sono solo i soldi, prima c'è l'uomo.
Mi sa che c'è rimasto male...

 «In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)

martedì 21 giugno 2016

Ieri una signora...


A proposito di un precedente post sul femminicidio.

Ieri una signora mi raccontava del proprio figlio di cinque/sei anni: "Quando si tratta di mangiare a tavola è un vero problema, mi esaurisce, per il resto tutto bene"..."Ora che ci penso, anche quando è ora di andare a dormire mi dà un sacco di guai"... "In effetti, tutte le volte che deve rispettare delle regole è un continuo 'no', per il resto è un bambino meraviglioso".
Io le chiedo chi dei due genitori è più coinvolto nell'educazione (ma è una domanda ovviamente superflua): "Io, senza dubbio, mio marito è un giocherellone, sta sempre per terra con lui a rotolarsi e a giocare, quando io dico al bambino che deve lavarsi o deve andare a letto mio marito lo difende sempre ed è lui che sminuisce quello che dico".
Ottimo, la santa protettrice degli psicologi non ci fa mai mancare clienti... 
So che la signora dice la verità, senza una punta di esagerazione, purtroppo. Il marito è un'altro esemplare che usa le palle solo come serbatoio per spermatozoi troppo vivaci.
Maschi inutili, inesistenti, senza autorevolezza, senza dignità. Padri a cui i figli, appena diventeranno adolescenti, rideranno in faccia, avendo perfettamente ragione. Padri che si sentono buoni perchè non hanno mai dato uno sculaccione, senza sapere che con uno sculaccione un padre può salvare un figlio.
La signora di ieri è un'altra mogliettina innamorata che non ha saputo mettere in riga il marito - questo è chiaro - figuriamoci se adesso è in grado di gestire questa apocalisse familiare. Qui non ci vuole SOS Tata, ci vuole SOS Provvidenza.
E' piuttosto scoraggiante notare la velocità della progressiva scomparsa dell'uomo occidentale. Uomo non come biologia, ce ne sono ancora in giro, ma uomo come ruolo sociale e identità psicologica. Uomo forte, uomo del "no"  e del "sì" chiari, uomo della coerenza e della verità, uomo della fermezza e della responsabilità, della decisione stabile.

Lei, la signora, ieri rideva, raccontava quel teatrino di burloni che è casa sua, con il figlio che continuerà fino a quarant'anni a giocare col papà (o finchè potrà mantenerlo), trastullandosi nel frattempo con balocchi vari ed eventuali. 
Ridi, ridi. 

La protettrice degli psicologi qualche volta esagera.

«In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» (George Orwell)